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Aprèslude
(G. Benn)
Devi saperti immergere, devi imparare,
un giorno è gioia e un altro obbrobrio,
non desistere, andartene non puoi
quando all’ora manca la sua luce.
Durare, aspettare, ora giù a fondo
ora sommerso e ora ammutolito,
strana legge, non sono faville,
non soltanto – guardati attorno:
la natura vuol fare ciliegie,
anche con pochi bocci in aprile
le sue merci di frutta le conserva
tacitamente fino agli anni buoni.
Nessuno sa dove si nutrono le gemme,
nessuno sa se mai la corolla fiorisca –
durare, aspettare, concedersi,
oscurarsi, invecchiare, aprèslude.
I tratti tuoi
(G. Benn)
I tuoi tratti, indivisibili dal sangue,
il comune antico sangue degli uomini,
io, sì, li vidi, eppure mi resi perduto
tacito e ipnotico al tuo flutto.
Ancora una volta, m’hai portato alle porte del gioco:
cupi i calici e ciechi i dadi,
ancora una volta parole talmente dolci ed estreme
da far dimenticare che sono sogni.
Affondano i continenti e si disfanno le stirpi,
il progenie di Adamo, che da sé respinse la bestia,
dopo le legioni, dopo gli dèi tutti,
anche se sono sogni – sia ancora una volta.
Gente incontrata
(G. Benn)
Esseri umani ho incontrato che
se domandavi loro il nome,
timidamente come se non potessero pretendere
di avere anche solo un modo di chiamarsi –
rispondevano: “Signorina Cristian” e poi:
“come il nome” e ti volevano agevolare la comprensione,
“come il nome”, prego: non scomodi la memoria per me.
Esseri umani ho incontrato che
coi genitori e quattro fratelli in una stanza
crebbero, di notte, le dita nelle orecchie,
studiavano al focolare,
si fecero strada, di fuori belle e ladylake come
contesse,
dentro miti e operose come Nautica,
e avevano la fronte pura degli angeli.
Mi sono domandato spesso, e invano,
da dove venga la dolcezza e il bene,
nemmeno oggi lo so ed è ora di andare.
Quando sarai vecchia
(W. B. Yeats)
Quando sarai vecchia e grigia e assonnata,
col capo declinato accanto al fuoco, prendi questo
libro,
e leggilo lentamente e sogna del tenero sguardo
che i tuoi occhi ebbero un tempo, e delle ombre
profonde di quanti amarono i tuoi attimi di grazia
e di quanti, con vero o falso amore, la tua bellezza.
Ma uno soltanto amò anche i difetti della tua anima
e il dolore del tuo volto che muta.
Curva di fronti ai ceppi risplendenti sussurra,
con un po’ di tristezza, come Amore fuggì
e passando alto sui monti al di sopra della testa
nascose il suo viso tra nuvole di stelle.
La soffitta
(E. Pound)
Vieni, compiangiamo quelli che stanno meglio di noi.
Vieni, amica mia, e ricorda
che i ricchi hanno maggiordomi e non amici
e noi abbiamo amici e non maggiordomi.
Vieni, compiangiamo gli sposati e i non sposati.
L’aurora entra in punta di piedi
come una Pavlova dorata.
E io sono vicino al mio desiderio.
Non c’è niente di meglio nella vita
di quest’ora di chiara freschezza,
l’ora che ci risveglia uniti.
Grodek
(G. Trakle)
La sera, i boschi autunnali risuonano
di armi mortali, le pianure dorate
e gli azzurri laghi, in alto il sole
più cupo precipita il corso; la notte avvolge
il selvaggio lamento delle bocche infrante
di guerrieri moribondi.
Nel saliceto, dove dimora un dio furioso
si raccoglie silenziosa la nuvola rossa
del sangue versato e frescura lunare.
Tutte le strade sboccano alla putredine nera.
Sotto i rami dorati della notte e di stelle
oscilla l’ombra della sorella per la selva che tace
a salutare gli spiriti degli eroi, i capi sanguninanti;
nel canneto risuonano sommessi gli oscuri flauti
dell’autunno.
O più fiero lutto! voi altari di bronzo
la fiamma ardente dello spirito nutre oggi un dolore
potente,
i nipoti non nati.
O notte
(G. Benn)
O notte! Ho già preso cocaina
e la scissione del sangue è in corso,
si fanno bianchi i capelli, fuggono gli anni,
io devo, io devo ancora traboccare
una volta ancora, prima di dissolvermi.
O notte! Non pretendo poi molto,
solo un momento di concentrazione,
una nebbia serale, un’ebbrezza
di spazio che si dilata, senso dell’io.
Papille tattili, orlo di cellule rosse,
un andare e venire con odori
lacerato da nubifragi di parole -:
troppo nel cervello, troppo poco nel sogno.
O notte! Non è troppo volere da te
un momento soltanto, un aggancio
al senso dell’io – traboccare ancora,
fiorire ancora una volta prima di dissolvermi!
O notte, oh concedimi fronte e capelli,
espanditi su quello che nel giorno è sfiorito;
sii colei che da un mito di nevrosi
mi trasse e rigenerò a calice e corona.
Oh, taci! Sento una piccola scossa:
mi riempio di stelle – non scherzo –
io, visione: me, dio solitario,
un grande adunarsi intorno al tuono.
Uomo e donna attraversano il padiglione
cancro
(G. Benn)
L’uomo:
questa è una fila di grembi devastati
e quella una di petti devastati.
Puzza, letto dopo letto. Le infermiere fanno turni di
un’ora.
Avanti solleva pure la coperta.
Guarda questa massa di grasso e di putridi umori
per qualche uomo un tempo era una gran cosa
e si chiamava anche ebbrezza e rifugio.
Avanti, guarda questa cicatrice sul petto.
Senti che rosario di noduli molli?
Tasta pure. La carne è molle e non duole.
E questa qui sanguina come da trenta corpi.
Nessuno ha tanto sangue.
E a questa hanno tolto appena in tempo
un figlio dal grembo in ,etastasi.
Le fanno dormire. Giorno e notte. – Alle nuove
dicono: qui si cura con il sonno. – Solo di domenica
le tengono un po’ più sveglie per la visita parenti.
Cibo se ne consuma ormai ben poco. Le schiene
sono tutte una piaga. Vedi le mosche? A volte
l’infermiera le lava. Come si lavano le panche.
Intorno a ogni letto lievita già la zolla.
Carne si spiana a campo. Calore si sperde.
Umore sta per colare. Terra chiama.
Stazione di emigranti
(M. Yourcenar)
Fanale rosso, occhio sanguinante di stazione.
tra fagotti ammucchiati,
nomi ridati a lungo, singhiozzi, bagarre;
emigranti, fuggiaschi, apostati,
senza patria dentro gli stati;
rotaie che s’intrecianno e perdono.
Buffet: troppo caro per mangiarci;
caligine sporca sullo sportello;
attendere, obbedire, schierarsi;
doganieri; a che serve la frontiera?
ogni ricco ha la terra intera;
ogni miserabile è straniero.
Maschere sporche lavate dal pianto,
troppo stanche per essere rivoltate;
stiramento di facce smunte;
la fatica pesa; sono bestie da soma;
il vento disperde; sono carne buttata.
Questa sera la cenere. A quando la lava?
Fra poco l’inverno, fra poco l’estate;
freddo sole, doppia violenza;
il disperato, l’amareggiato, l’inebetito;
qui lamento e poco più là silenzio;
i due piatti della bilancia,
e per frusta la miseria.
Direttissimi, goffi, sezionano lo spazio,
ferro, fuoco, acqua, carbone
trascinano i vagoni nella notte
con gli addormentati di prima classe.
Sobbalzano, i vagabondi.
Paura; stupore; il rapido passa.
Bestiame sfinito, corpi spossati,
mucchi assonnati che la morte rasenta,
atterriti, si fanno il segno della croce.
Urla, bestemmie, occhio folle di brace;
temono d’essere schiacciati,
loro, gli eterni calpestati.
Epitaffio
(T. Corbière)
Si uccise per ardore, o morì di pigrizia.
Se vive, è per oblio; ecco quel che lascia:
“ Il suo unico rimpianto fu di non essere la propria
amante”.
Nacque senza scopo,
fu sempre incalzato dal vento di prua,
e fu uno spezzatino,
adultero miscuglio di ogni cosa.
Del non so che; – ma senza un dove:
dell’oro, – ma senza un soldo;
dei nervi, - senza nerbo. Vigore senza forza;
dello slancio, con una storta;
dell’animo, ma senza violino;
dell’amore, ma pessimo stallone.
- Troppi nomi per avere un nome. -
Corriere d’ideali, senza idea;
rima ricca, e mai rimata;
senza essere stato, ritornato;
si ritrovava perduto ovunque.
Poeta, a dispetto dei suoi versi;
artista senz’arte, alla rovescia;
filosofo, a casaccio.
Un buffone serio, ma non buffo;
attore: non sapeva la sua parte;
pittore: suonava la musette;
e musicista: con la tavolozza.
Una testa! – ma senza testa;
troppo folle per saper essere anche scemo;
prendeva fischi per fiaschi.
- I suoi versi falsi furono i soli veri.
Uccello raro – e di paccottiglia;
molto maschio… e a volte molto femmina;
capace di tutto, e buono a nulla;
acchiappava bene il male, male il bene…
Prodigo com’era il figlio
del Testamento, senza testamento.
Coraggioso, e spesso per paura di seguire la corrente,
andava controcorrente!
Colorista arrabbiato, ma smorto;
incompreso… soprattutto da se stesso;
pianse, cantò tutto stonato;
e fu un difetto senza difetti.
Non fu qualcuno né qualcosa.
Il suo naturale era la posa.
Non posatore, posava per l’unica;
troppo ingenuo, era troppo cinico;
non credeva a nulla, e credeva a tutto.
Il suo gusto era il disgusto.
Troppo crudo, perché era troppo cotto,
a nulla rassomigliava meno che a se stesso,
si divertì con la sua noia,
fino a svegliarsi di notte.
Vagabondo al largo, alla deriva,
relitto che non arriva mai…
Troppo se stesso per potersi sopportare,
con lo spirito a secco e la testa ubriaca,
finito, ma non sapendo di finire,
morì in attesa della vita
e visse, in attesa della morte.
Qui giace, - cuore senza cuore, mal piantato,
troppo riuscito – come fallito.
da: Quattro quartetti
(T. S. Eliot)
Avanti viaggiatori! senza fuggire dal passato
a vite differenti o a qualsiasi futuro.
Voi NON siete la stessa gente che ha lasciato la
stazione
o che arriverà a una destinazione qualsiasi,
mentre i binari sfuggenti si stringono dietro di voi;
e sul ponte del transatlantico pulsante
mentre guardate il solco che s’apre dietro di voi,
non dovete pensare che “il passato è finito”
o che “il futuro è davanti a voi”.
Al cader della notte tra le antenne e il cordame,
c’è una voce che canta (ma non all’orecchio,
mormorante conchiglia del tempo, né in linguaggio
alcuno).
“Avanti, o voi che credete di viaggiare;
non siete voi quelli che videro il porto
allontanarsi, né quelli che sbarcheranno.
Qui, tra la sponda di qua e quella lontana,
mentre il tempo è sospeso, considerate il futuro
e il passato con mente imparziale.
Nel momento che non è d’azione né d’inazione
potete ricevere questo: “in qualunque sfera dell’essere
la mente dell’uomo possa essere intenta
al tempo della morte” – ecco l’unica azione
(e il tempo della morte è ogni momento)
che darà frutto alla vita degli altri:
e non pensate al frutto dell’azione.
Andate avanti.
O viaggiatori, o naviganti,
voi che giungete al porto, e voi il cui corpo
soffrirà la prova e il giudizio del mare,
o qualsiasi altra fine, questa è la vostra
destinazione.”
Così Krishna quando ammoniva Arjuna
sul campo di battaglia.
Non:
buon viaggio
ma avanti,
viaggiatori,
La morte per acqua
(T. S. Eliot)
Fleba il fenicio, morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo
del mare
e il guadagno e la perdita.
Una corrente
sottomarina
gli spolpò le ossa in
sussurri. Mentre affiorava e affondava,
traversò gli stati della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o giudeo
o tu che volgi la ruota e
guardi nella direzione del vento,
pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto
proprio come te.
Il cerchio della vita
(F. Hölderlin)
Anche tu hai voluto più grandezza –
l’amore tutti aggioga, e più potente
il dolore ci piega: eppure non invano
torna il nostro arco là da dove viene.
All’alto, al basso – nella notte sacra
dove la Natura pensa in silenzio
ai giorni che verranno e nel più obliquo Orco
non c’è una via dritta, non regna la Giustizia?
Io l’ho vissuto. Come i maestri mortali
voi Celesti che tutto sostenete,
perché sapessi e prevedessi, mai
mi guidaste su un facile sentiero.
Che l’uomo tutto provi, è il vostro detto:
che un duro cibo faccia e che ringrazi
sempre, di tutto, che voglia esser libero
di aprire, di forzare ciò che vuole.
Roma. Partenza.
(Rutilio Namaziano)
Mentre mi allontano, mi fa bene voltarmi
verso Roma, ancora vicina e seguire
i monti con lo sguardo… che viene meno.
Grati, e fin dove arrivano, gli occhi godono
ancora della regione che mi fu cara, tanto
da farmi vedere ciò che invece, immagino solo.
Non riesco a riconoscere da un filo di fumo
il punto che segna il centro del mondo, né le sua mura
(benché, come dice Omero, il lieve indizio del fumo
che sale agli astri basta a predire la terra che ami):
è solo il culmine luminoso del cielo, un tratto sereno,
che mi segnala le sette splendenti vette dei colli.
Là… là sono i soli eterni. E più terso e chiaro,
è ancora là, sorgivo, il giorno che Roma ha creato per
sé.
Ancora di più, stordito, sento il chiasso circense
e le acclamazioni nei teatri pieni di gente.
L’aria pulsante mi restituisce le voci note:
volino qui, volino qui davvero.
Oppure le finga… l’amore.
Capraia. Invettiva contro i monaci
cristiani.
(Rutilio Namaziano)
All’orizzonte del mare, si vede già la Capraia:
isola squallida per uomini lucifugis.
Con nome greco si dicono “monaci”:
vogliono vivere da soli. Senza testimoni.
Temendo i colpi della sorte, rifiutano i doni della
fortuna.
S’era mai visto prima d’ora uno che, per paura
D’essere infelice, si rende infelice da solo?
Quale pazza furia gli sconvolge il cervello?
Temendo il male rifiutano il bene.
E, per i propri misfatti,
si condannano da soli all’ergastolo.
Valli a capire…
Quanto fiele nero gonfia le loro viscere!
Volete sapere che diagnosi fece Omero per l’eccesso di
bile?
Delle bellerofonti ipocondrie? Questa:
ferito dai colpi del dolore, il giovane
ha preso a disprezzare il genere umano.
Falesia. Invettiva contro gli ebrei.
(Rutilio Namaziano)
Sbarcati, Falesia ci accoglie stanchi dal viaggio.
Diretti alla villa, vaghiamo per un boschetto.
Lo stagno, racchiuso in uno specchio luminoso,
lascia giocare nella sua onda generosa
pesci vivaci nei vivai. Ma il nostro riposo
è interrotto da un giudeo indisponente
ministro del luogo (più inospitale di Antiphate…)
bestia umana che si dissocia per il cibo.
Urlando, ci accusa di aver spezzato cespugli,
sconvolto alghe e, massima colpa, avere – pensate un po’
–
sfiorato l’acqua.
Gli restituiamo gli insulti che si devono
a chi osa falciarsi il prepuzio.
Folle genia! coi frigidi sabati nel cuore
E il cuore ancora più frigido della loro religione,
condannano un giorno su sei a un ozio infame:
quasi fosse il ritratto molle del loro dio sfinito.
E le altre loro fandonie e i deliri da schiavi,
non le crederebbe neanche un bambino!
Ah! Non avessero mai sottomesso la Giudea
Le armi di Pompeo e l’autorità di Tito:
inciso il bubbone, la peste ha dilagato meglio.
E ora, è il popolo vinto che opprime il vincitore.
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