TEATRO

 I.T.N.


(Istituto Tecnico Nautico)
Compagno di scuola, compagno di niente
Ti sei salvato dal fumo delle barricate?
Compagno di scuola, compagno per niente,
ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?

(A.
Venditti)

Non dico più d’esser poeta.
Non ho utopie da realizzare.
Stare a letto il giorno dopo
è forse l’unica mia meta.
(F. Guccini)

 

I

Muhammad ibn Ahmad
Muhammad ibn Rushd negò, è vero,
la città di ‘Ad. E a Palermo
fu astrologo di Federico II.
Ma la teoria della doppia verità
È uno scherzetto scolastico.
Ai commenti degli Ulema,
Solo pochi ritocchi.

Arcana Imperii:
non mi fido della critica
a ragion veduta.
Chiuso il sipario,
quello che si può fare è:
radiografia di uno sfacelo
e… qualche similitudine. 

(Canzone delle osterie fuori porta, Guccini, strumentale)


II

Sulla scia ipnotica del dis-astro,
ribelle all’incognita durata del mio viaggio,
vado a caccia di neuroni,
tra fonti d’annichilazione e nuvole d’antimateria.
La memoria pascola nell’ippocampo,
io sono quello che mi ricordo:
la mia maestrina che mordicchia la sua bic a scatto
e una voce che esce dal collo della bottiglia
 “A quattro anni sapevi già leggere”

C’infilo l’occhio a cannocchiale e metto a fuoco:
“Guarda guarda: è mio padre…”

Un sorso e la butto in mare:

Mayday Mayday Mayday

 

La mia ancora sta arando
“Venite in pace dove dico i-oooooo.
Il posto è a meno di un no lungo chilometri
dalla Cappella del Dialogo.”

“Tuo figlio ha bisogno di io-------odio.”

Lunetta tattica alla mano,
salto sulla nave scuola
e misuro l’angolo di bolina.
Sulla rotta a variata del mio cervello
Ho dato l’autostop a un altro pensiero.

“Beh??? Nun ce vedo proprio gnente de male.”

“Terra”
Non altro.
Qui la vitta è surrogata e non costa un cavolo.
Qui, tra opera morta e opera viva,
solo se fossi un dio mi farei clonare 

(Piccola Mela, De Gregori)

 

III

 

1971. Roma. Via della Vasca Navale. Due gruppi, imbardati e bellicosi, si fronteggiavano sul piazzale esterno della scuola: il Nautico era assaltato. Fatto che di lì a poco imparai a considerare ciclico ricorrente. Davanti al cancello d’ingresso, i fasci. All’imbocco della via, più numerosi, gli altri. Si scambiavano slogan truci. Dalle bombe sui treni alle nostre non rare incursioni contro le altre scuole di zona, ogni pretesto era buono per essere puntati. La cosa - per la verità - non ci dispiaceva. Se c’era da menare, nessun fascista se ne è mai rammaricato granché. Rimasi per qualche minuto, muto osservator di scena. Ero fermo tra un:

 “Camerata basco nero / il tuo posto è al cimitero”

Ed un:

“Piazzale Loreto / Sarà vendicato”

Avrei potuto schierarmi con la stessa consapevolezza politica (in quel momento quasi nulla…) in uno o l’altro dei due schieramenti. Restare neutro, no: non è da me. Il ragionamento abbassò lentamente le sue pretese. Si mise in moto qualcos’altro. Ho una vocazione metafisica per il centro. E lì c’era un accerchiamento in atto. Fui fatalmente attratto dal fuoco, non dalla linea di circonferenza. Inoltre, per quanto, allora, politicamente semianalfabeta, sapevo con certezza qual era l’appostamento che aveva già perso in partenza. Ecco: prima ancora di leggere Nietzsche, per non dovermi chiedere se al getto di dadi favorevole, tante volte non fossi un baro, ho sempre preferito la puntata a perdere piuttosto che la giocata giusta. Che poi, non è la cosa più furba del mondo, eh? lo riconosco. Ma credo che salvo è fatto ognuno dalla propria croce. Oggi, so che anche gli altri non erano destinati “a una meravigliosa vittoria [.] che non esisteva, però, lo intuiva in quel momento, solo Pasolini… Sia come sia: il thimos surriscaldò il frullìo cerebro-spinale. Alzai la sciarpa sul viso, feci il saluto romano e mi calai nella mia parte.

(Il Bombarolo, De Andrè)

 

IV

Nel suono della pressa esecutiva dell’ultimo Nono.                  
Al tempo d’un magam iracheno.                                        
Do’ lo munno se regira e offre il culo alla lingua del poeta
ho lasciato la mia firma sul muro dell’Istituto Nautico.

 “Non è che l’inizio /combatteremo ancora:
La lotta iconoclasta / è cominciata ora”

Tra un atto vandalico e veleni di tipografia,
Solo una falsa partenza salva l’uomo dall’obbligo di arrivare.
La biografia è mia e il finale, un monologo.
Mi asterrei se tu non t’estasiassi ai plagi del Grande Editore.

“Ma piantala!
Pe’ tutta ‘a vita hai fatto finta d’esse’ ‘n poeta… E nun c’ha creduto nessuno”

 

Ma un’infermiera dannunziana, spegne fuochi futuristi con le mani.

Quando dice:

“’n te move”

Sa quello che fa.

“venghino signori venghino”

Nel mio piccolo, so ricambiare il bacio a tradimento
con labbro leporino
… e sono più intelligente del mio inconscio:
parlano i fatti.
Solo io nel nido nicture concepivo prodezze anselmiche.

“All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri. / Tu restavi a guardarli cercando il coraggio per imitarli”

“I libri e non le suggestioni della vita reale mi spinsero all’eroismo”.
Credo al sacrificio in sé. Vivo e vegeto a forza di pensare:

“Primo: non t’agitare e mira bene: stai per uccidere un uomo.”

Secondo: non rimandare a ieri quello che non avresti dovuto fare mai.

 Tra macerie e killers con le treccine,
if the single woman wants a promise keepers,

ciò che resta di me, mastica amaro.


“Ma Chi ha fatto sette vorte de seguito
Er giro de peppe ‘ntorno ar Reale,
Nun se fa ‘nculà’ sur rettifilo della storia”.
Il laccio emostatico è uno stato d’animo.
Intifada o metafisica del sasso,
caso probabilità e statistica:
o io o un altro era lo stesso. 

(Il testamento, De André)
 

V

Più in là che Abruzzi. E’ accaduto. Tre giorni dopo. A oriente.

Il suo insegnante dice:

“E’ un figlio” 

Ma lo critica:

“Vive sotto falso nome”

 “E a forza de dà retta a certe voci se crede ‘n padreterno”

“Me so rotto l’osso sacro.
Fosse capitato tra Titano e Terminillo,
oh! capirei pure, eh?… Ma così, cazzo! quasi da fermo…”

“A Renza’: nun sei fatto pe’ salite”

 …e vengo dritto dritto dalla Civiltà del Vulcano che Vacilla.

“Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia”

In termini tecnici: extra anti shock active use memory.

“A stronzo: fotografa ‘sto cazzo”

(A El Ocote erano ammesse tutte le parole)

L’ultimo giorno di scuola, il mio maestro sputò un osso d’oliva
nel piccolo pugno, lo passò nel mio e disse: 

“Se la vita va da qualche parte, tu seguila pure ma: Fuori orario e… a mano armata”

“Up patriots to arms / Engagè-Vous (cantato Miro)
Up patriots to arms / Engagè-Vous (cantato / ritmato Miro Andrea)
Up patriots to arms / Engagè-Vous (ritmato Tutti)
Up patriots to arms / Engagè-Vous (ritmato Miro Andrea)
Up patriots to arms / Engagè-Vous ritmato miro)”

“Nessun maestro mi ha meritato come suo allievo.
Nessun allievo, come maestro”

(Cuccurucù
, F. Battiato)


 

VI

Il guardiano del genoma è il fantasma del corpo
Che vive come creatura senza valore.
Patetico nell’abortire chi tanto s’annienterà
Nella dittatura dell’apparenza.
Ma non basta dire chiaro e tondo: 

“Ecco, vedi? parlo un po’ da fascista di sinistra”

A sputtanare Pier Paolo Pasolini.

“Piazza del Popolo
Noi cantavamo
Ed eravamo una sola cosa.
Poi, tutt’a un tratto”

Finimmo di cantare la nostra giovinezza
Sulle scale della Questura di Latina.
Ma il guanto di paraffina ci scagionò tutti.
Ce ne andammo tra fischi pacifisti
E molecole invecchiate per traumi transgenetici. 

“Ma se neghi d’esse’ stato uno dei nostri, sei ‘n rifardito”

Il cervello è plasmato da caso ed esperienza.
Come dicono gli astrologi delle stelle:
il gene predispone, NON determina.
Le macromolecole NON svolgono il destino biostorico.

A suola urlavamo: 

“’a polizia spara”

Come se niente fosse, trent’anni dopo siamo tutti poliziotti.
La violenza è un simulatore d’esistenza
E l’impresa del tutto è perduto, un clic…. Sulla dopovita… 

(A muso duro, Bertoli) 

 

VII

Negli archeobatteri.
Nel DNA della mosca e del topo.           
Nell’Ayurveda
E nel libro sufi delle guarigioni.
Nella creatività dei Vuoti.
Nell’inquieto d’universi fai-da-te.
Seguendo il filo della trama affascinata 
Da detriti e slogature sintattiche.

Dentro ‘a Buca de  Portuense.

In una storia di svenimenti e stupori ideopatici.
Tra crolli vertebrali.
Sindromi di Rokytansky.
Verità e severità
… e sulla deriva erresseista.
Quando Togliatti chiamò i “fratelli in camicia nera”
E Bertold Brecht scriveva: 

“La prego, mi dia il nulla osta. Sogno un cesso in casa.
Non credo sia necessario difendere l’assenza di toilette.
In breve, come contropartita a certi versi su una vita migliore, mi costruisca un wc nell’appartamento”

Il pretesto fu quel no fatale
sputato in faccia
a mezzo secolo fresco d’america
e alle purghe del cheghebé.

Ho strappato tessera e lettera di scuse.
Bomba chimica o samba nucleare,
lascio i miei tumori a Mamma Natura.
Sono nato qui. E qui voglio crepare.
Come un dio,
per amore del Caos
… e per niente al mondo.

(Dio è morto, Guccini)


In quest’epoca stampata molto più d’un’etichetta,
aho! Ma me riuscisse de vedé’ un’ombra di etica. 

“Io so’ stato molto chiaro. ’J ho detto:
nun se stamo a pija’ per culo…
sete accavallati? Sì…
l’indirizzo cell’avete? Sì…
’mbeh,
mo’ me so’ rotto veramente li cojoni.
Mo’, voi ’sta pratica ’a chiudete,
perché se voi n’ ’a chiudete...”

50 anni di memoria laica saranno purgati nella ristampa anastatica dell’Encyclopédie.

Mezz’ora fa, mi volevo iscrivere al Circolo della Storia
ma i dati anagrafici, purtroppo, erano illeggibili. Durchfuhrungsideologie. 

“Io c’ho ’a coscienza a posto.
Ho fatto quello che dovevo fa’.
Mo’: basta”.

Non si resta all’infinito nel nido di memorie.
Oltre il corpo, troppi fattori oscuri, nebbie gelate, soli sotto zero: 

“… E famola finita.”

(Il mio canto libero, Battisti)


 

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