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LETTERA
A UN COMPAGNO
Ero giovane
e non potevo ammettere altre verità che le mie, né
concedere all’avversario il diritto di avere le proprie,
di farle valere o di imporle. Che i partiti potessero
affrontarsi senza annientarsi superava le mie capacità
di comprensione. Vergogna della specie, simbolo di
un’umanità esangue, senza passioni né convinzioni,
inadatta all’assoluto, priva di avvenire, limitata sotto
ogni aspetto, incapace di elevarsi a quell’alta saggezza
che mi insegnava che l’oggetto di una discussione era la
polverizzazione del contraddittore – così io consideravo
il regime parlamentare. E, in compenso, i sistemi che lo
volevano eliminare mi sembravano belli, senza eccezione,
all’unisono con il movimento della vita: la mia divinità
di allora. Chi, prima della trentina, non ha subito il
fascino di tutte le forme di estremismo, non so se devo
ammirarlo o disprezzarlo, considerarlo un santo o un
cadavere... (E. Cioran)
(Ho
ancora la forza, Guccini)
Caro Marco,
come conviene ad ogni inizio di lettera che si rispetti,
ti dico subito come mi sento: sono un fallito, sono un
uomo.
Del mio bilancio in debito assumo per
intero la responsabilità: voglio che nessun altro se ne
ascriva la colpa o il merito: né il destino, né
l’inconscio, né i padri, né la società né, come diceva
Pasolini: “il potere imparlabile che ci ha voluto contro
il potere.” E nemmeno chi, in una bella e fredda notte
del ’79, mi ha scaricato addosso il piombo della sua
rivoltella.
In una poesia che conosci: “Mal Anni”,
proprio ripensando a quegli anni, ho scritto: “ In
realtà non volevo niente, / ma con tutte le mie forze”.
In un passaggio medio della stesura di
questa stessa poesia, anziché “Nicciano libertario e
anarchico evoliano”, come si legge, scrivevo: “fascista
di sinistra e anarchico di destra”. Entrambe le versioni
derivano dalle generalità che fornivo allora. A chi mi
chiedeva di esibirle, rispondevo: fascista di sinistra
anarchico e rivoluzionario. Storicamente
contraddittorio? Ma, sì! può darsi. Ma la storia è forse
coerente?
Mi sono sempre piaciute le ballate
anarco-nichilste di Francesco Guccini. C’è ne è una che
all’incirca fa così: “Non ho utopie da realizzare / Non
dico più d’essere poeta / Stare a letto il giorno dopo /
è forse l’unica mia meta”. Mi ci trovo quasi per intero.
Quasi: perché “stare a letto”, a me, non m’è proprio mai
riuscito. Non potevo letteralmente stare fermo. Ho
sempre avuto prepotente la frenesia dell’azione.. Spesso
confusa. Di solito istintiva. Per lo più scomposta… Mai
– lo posso affermare senza temere di essere smentito –
interessata al mio tornaconto personale.. Agire.
Reagire. Senza illusioni. Senza speranze. A volte,
addirittura, sorprendendomi a desiderare che la mia
stessa azione fallisse. Ma in ogni caso agire, per dio!
Se non altro.
Ho preferito i cortei burrascosi. I
volantini sgrammaticati. I pianti lacrimogeni. La nebbia
di MS e Nazionali senza filtro nelle fumose sezioni di
partito, tra nostalgici del passo dell’oca e coetanei
che vedevano nero attraverso i ray-ban di ordinanza. Il
secchio di colla, la mazzocca e il rotolo di manifesti
con firma a fiamma o a celtica che fosse. Gli slogan
sgolanti rivoluzioni irreali. “Le assemblee dove
vorticava un’idea confusa, un’assoluta certezza / una
presunzione di eroi destinati a non morire.” E gli
scontri di piazza a gloria degl’ismi, tra scismi
interiori e logici lager. Tutto per l’azione e
nient’altro che lei. Mia sposa senza promessa.
Caro Marco,
negli anni della nostra giovinezza ci siamo scatenati
contro una guerra in-civile che non ha cambiato niente
in meglio. In peggio, invece, sì. Ci siamo odiati,
scontrati, sprangati, sparati. Fu orrendo il modo e
sbagliata la causale del versamento. I reduci degli
opposti estremismi, i sopravvissuti alla strategia dalla
tensione non possono né devono permettersi alcuna
enfasi, nessuna retorica. Ma in fondo, non è un male.
Ripensandoci bene, siamo esentati dal dover tirare acqua
verso un mulino qualsiasi.
Non so se
i figli potranno capire. A loro, tutto è dovuto. Da
loro, nulla è lecito pretendere. Ma nonostante il nostro
dovere sia soprattutto quello di lasciarli sbattere la
testa per proprio conto, soccorrendoli, semmai, alla
bisogna, mi preoccupa il pensiero (perché, cazzo! è
sempre il maledettissimo pensiero a pre---occupare) che
possano sbagliare nemico. Come abbiamo fatto noi. E con
noi, cadere nella stessa fossa biologica...
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