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e poiché nati fra merda ed
urina
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fu chiaro fin dall’inizio
che il marcio,
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di questa vita, è il tocco
di grazia.
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Ma a schizzinose animucce
sdegnose
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del Vuoto — il piede
ritratto al contatto
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del bagno organico in acido
umano —
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meglio lo stomaco duro al
ribrezzo
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di chi s’immerge sapendo che
tutto
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il gusto sta nello sporco
sapore
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di vita. Gode di Tutto,
sapendo
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ch’è Nulla. E niente lo
tocca davvero.
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Meglio di tutti gli arpeggi
sfatati,
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il nostro acuto stonato a
morire
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e percussive ossessioni in
memoria.
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Ci siamo dati da fare una
vita
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che il tempo stringe e
trascina in rovina.
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Ma è nell’istante che tutto
si compie.
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Tutto è compreso nel nunc.
Non c’è storia.
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Perché l’istante equivale
all’eterno:
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non ha principio né fine,
non dura.
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Niente “domani accadrà”.
Nessun “è
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già capitato” se non
all’istante.
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E voi, sciancati da topiche
storiche,
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mossi in sequenza di rette
morali
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sulle stampelle del “voglio
sperare”,
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non vi curate di noi
sciagurati
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ché — sprogettati,
arrischiati nel Vuoto,
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già sconfessati ad onore del
Vero —
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ci siamo dati da fare una
vita,
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non lasceremo le cose a
metà.
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E ora, sia tolta la maschera
al “noi”.
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Signori, sono io sia questo
che quello.
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Sono capace di tutto. Di
Tutto
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Ho calcolato la cifra
apparente,
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il circolare uni-verso a
procedere.
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Ma non mi sogno di dare allo
specchio
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copioni già scritti, recite
sfatte:
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io mi martello le tempie a
soggetto,
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mi do il colore dei nervi
spezzati,
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notti sputate di bianco nel
piatto
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dove si servono soli a
venire.
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Perché la vita ha un senso
soltanto
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nel farla. E poco m’importa
sapere
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se, teölogica summa, avrò
testa
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o croce in sorte alla mia
frenesïa.
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Perciò mi gioco deciso una
volta
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per tutte. Male che vada,
del resto,
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è privilegio dell’uomo
fallire.