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PREFAZIONE
UN DESIDERIO SFRENATO DI
PUREZZA
di Sandro Giovannini
“Dokimasìa”:
tecnica che insegna il metodo più sicuro per
esperimentare (magari sui metalli…) Come se fosse
possibile seguire un metodo nell’esperimentare “parole”.
È possibile? Miro addirittura sostiene che il nunc è una
sorta di grazia. Mi sovviene a tal punto quel
meraviglioso dibattito fra Beuys e Ende ove per molto
del tempo della discussione ci si attorce sulla
possibilità che le verità di tipo spirituale siano o non
siano generalizzabili (almeno in un certo ambito, iuxta
propria principia, ed entro certi limiti…)… Non c’è
risposta, ma c’è proposta, come direbbe un ex scettico
approdato ad una sorta di pacificazione interiore che
non sia solo silenzio ed accettazione stanca del dato,
del fatto bruto, dell’elemento massimo, su cui l’uomo
invece non abbia operato, si sia speso, abbia sprecato,
abbia frainteso e poi abbia possibilmente attinto una
sana logica dokimasica della dépense… Un ex-scettico od
al contrario un ex-militante, che ormai gli estremi si
toccano e, nell’ottica di prima, quel percorso vivo ha
portato ad una consapevolezza nuova. Il segno della
militanza poi, sarebbe ancora più ininfluente sullo
stile, se esso medesimo non fosse crismato, a sua volta,
da una plausibilità metafisica, alla quale Miro ed io e
non moltissimi altri, siamo ancora sperimentalmente
legati. Ma leviamo di torno subito da questa nostra
parafrasi alcun sentore di magismo operativo come di
pacificazione borghese. Sono dimensioni estreme (davvero
estremiste) che non ci appartengono proprio perché le
abbiamo alquanto attraversate conoscendole e siamo in
buona sostanza sopravvissuti. È un termine troppo forte,
o pieno di sé? Giudicherete voi… Ma maestri e discepoli
imparano dall’interrelazione, anche se le velocità, le
prese e le rese sono difformi, per necessità karmiche e
per concatenazioni causali. “Io sono più completamente
io, quando sono te”, cosa che è forse leggermente
diversa dal dire “io sono l’altro”, col maledettismo che
può ben figurare in contesti “alternativi”, che sembrano
affascinarci, ma che usiamo, quando siamo saggi, come
carburanti e non come motori. Ma per diventare un poco più saggi
bisogna forse passare da alcune lezioni, penso ad
esempio a La Lezione di Ionesco e superare persino la
satira ed attingere, se possibile a quell’ostensione, a
quel dicere, di cui parla Steiner nella sua La lezione
dei Maestri, ove l’epistemologia del rapporto —
dell’interrelazione — diviene vera pedagogia del
possibile apprendimento e della possibile crescita. “È
privilegio dell’uomo fallire” dice Miro, ma è apodittico
o interrogativo? Sta, secondo me, in una posizione
neutra, stimatore della dépense ed innamorato della
vittoria. Ambiguità della poesia.
Quell’ambiguità furba di cui ci parla Gurdjieff, anche,
certo… “Forse partii nel pensiero di qualcun altro”.
Cosa dicevamo prima? L’ambiguità qui è dialettica, è
costruzione pluriprospettica, anche quando sceglie,
anche quando si sceglie forte… “Il palazzo ducale
portico e facciata che ignorai”... e... quando mai si
riesce a comprendere tutto, ad appercepire tutto e … se
fosse anche possibile… quale pappone vitale, quale
continuum! Che sbarchi poi nei nostri sogni, nei nostri
deliri, nei nostri versi?… Sarebbe augurabile, poi?
Forse è comunque così, come il sovrapporsi di ritmi,
suoni e melodie, che dopo un interminabile ascolto
confondiamo in una sorta di radiante musica di fondo —
ma non banale e non inutile — di cui non sapremo più
riconoscere — se non ci attardiamo vergognosamente con
etichette e con riferimenti bibliografici — ragioni e
regioni… Certo “Io è un luogo comune” ma Miro non lo
dice solo, lo dimostra, con tutta la sua poesia, che è
fortissimamente centrata sul suo io, mentre
paradossalmente il suo io viene ricentrato su un
altrove, che è consapevolezza del meno del più e del
nulla. In questo la sua poesia è un luogo da
attraversare, doverosamente ed anche — se lo capiamo,
piacevolmente, al di là di tutti gli stridori e di tutte
le acuminatezze che si porta appresso… Qualcuno, di
molto intelligente, un giorno, disse, della mia stessa
poesia, qualcosa su questa acuminatezza e forse io
allora non compresi a fondo… Oggi ritrovo — e sorrido —
questo fatto in Miro, come quando si parla dell’«egoismo
degli spiriti celesti»… che potrebbe essere in fondo un
insegnamento agli uomini a divenire possibilmente più
consci di sé sperando poi tutti di portarsi sul Sé vero,
quel Sé di cui le parole di Miro sono ben piene, al di
là dello schermo continuo e rifrangente dell’io. Qui ci
terrei a spiegarmi bene. E so di dire qualcosa di
difficile. «Beuys: Sono spiriti celesti. Nell’evoluzione
esistono veri e propri spiriti dell’egoismo, che hanno
insegnato propriamente all’uomo come deve articolarsi
questo primo stadio della genesi dell’Io. Perciò non si
tratta di eliminare l’egoismo, ma di portarlo ad un
livello più alto. Con ciò si consegue la coscienza
dell’Io ad un grado superiore e poi ad un livello più
elevato e poi ad un livello ancora più alto. È il
processo di rescissione del cordone
ombelicale dei condizionamenti, che dapprima è dovuto
passare attraverso la pulsione. E ha trovato la propria
determinazione iniziale attraverso la pulsione». O
meglio di dire qualcosa di discutibile. Ma è qualcosa
che si discute proprio attraverso la poesia di Miro. «La
loro chiassosa assenza non cesserà. / Opponi la tua
indifferenza alla loro». La parola sembra spegnersi… in
realtà si può parlare solo in questo modo, per
avvicinamenti progressivi, per prese d’atto, per cammini
compiuti, per esperienze consumate e riassunte. Ma in un altro spazio, parallelo
all’azione, che non è azione, ma ove la parola si
applica all’azione e ne è specchio e negazione,
rifrazione e magico imbuto. Queste parole quindi non
sono inutili. Non è «Inutile dire», perché «si può
mordere a sangue il niente da dire», come una vena
d’osso, come «a brani, molta carne viva». Ma se io «vivo
clandestino nel doppio fondo di un’anima gemella», forse
mi può capitare di fare della poesia vera, forse mi può
capitare di non confondermi totalmente col me stesso
che, a volte, dubita, vacilla, si smarrisce… e non
faccio la fine della cipolla che a forza di
sfogliare-pensare svela il nulla. Almeno, non quel
nulla. Ed, in una parte di vita che non ci appartiene ma
di cui siamo gli autori, quel nulla, condensato in
parole, diviene un fatto, valido di per sé, per
l’emozione autentica, per la magia operata, per la forza
che ci è nuovamente e per sempre splendentemente donata.
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